📖 La sua storia

Un viaggio tra escape, magia e libertà
📝 IN CORSO DI SCRITTURA
Capitolo 1

L'inizio

Le origini della paura

Il rumore prima del vuoto Il rumore dell’elicottero copriva ogni pensiero.
Non era un semplice frastuono: era una vibrazione continua che entrava nelle ossa, faceva tremare le costole, spezzava il ritmo del respiro.
Sotto di lui, la cascata delle Marmore ruggiva come una creatura antica, impaziente. L’acqua cadeva con una forza primordiale, indifferente agli uomini, alle loro sfide, ai loro spettacoli.
Haldin era sospeso nel vuoto.
Legato.
Immobile.
Avvolto in una camicia di forza che gli serrava le braccia contro il petto.
Il vento gli schiaffeggiava il viso.
L’odore metallico dell’altitudine si mescolava a quello dell’acqua nebulizzata che saliva dal basso. Ogni oscillazione del cavo lo faceva ruotare lentamente su sé stesso, come un pendolo umano sopra il fragore bianco.
Lì sotto non c’era un palco.
Non c’erano quinte.
Non c’era possibilità di fingere.
C’era solo il tempo.
E il tempo, quando sei legato nel vuoto, non scorre: si dilata.
Qualcuno, a terra, stava contando i secondi. Qualcun altro tratteneva il fiato.
Lui no. Lui doveva fare l’opposto: controllare il respiro, rallentarlo, renderlo un alleato.
Ogni grande evasione comincia nello stesso modo: con una domanda silenziosa che nessuno sente. “E se questa volta non bastasse?”
Molti anni dopo, alle soglie della vecchiaia, Haldin avrebbe provato a spiegare perché lo faceva.
Avrebbe parlato di disciplina, di allenamento, di tecnica. Avrebbe accennato al pubblico, all’adrenalina, alla perfezione del gesto. Ma la verità era più semplice e più scomoda.
Prima ancora di imparare a liberarsi dalle catene, aveva imparato ad abitare la paura.
E tutto era cominciato molto lontano da quell’elicottero. Molto prima delle telecamere.
Era cominciato a Terni, molto prima delle telecamere.
Molto prima delle manette.
A nove anni, Haldin non sapeva ancora cosa fosse la claustrofobia.
Sapeva solo cosa fosse l’avventura.
Viveva nella periferia di Terni, dove le ultime case lasciavano spazio alle campagne e le colline cominciavano a salire verso la catena di montagne che chiude il nord della città. Bastava superare, in qualche punto guadabile, il piccolo torrentello che i ragazzi chiamavano “la Forma dei Cavalli”, e il mondo cambiava consistenza.
Era il territorio perfetto per sentirsi esploratori, conquistatori di mondi invisibili agli adulti. Quel giorno erano in tre.
Salirono fino al colle che tutti chiamavano Colle dell’Oro. Non per l’oro vero, ma per quel colore caldo che la terra prendeva al tramonto. Giocavano a scoprire territori inesplorati quando la videro: una fessura stretta in una parete di roccia. Un taglio scuro, verticale, abbastanza largo per un bambino magro e abbastanza stretto da far esitare un adulto. Il coraggio, a nove anni, è quasi sempre incoscienza.
«Entro io», disse. Gli amici si affacciarono all’imboccatura, come sentinelle. Lo incoraggiarono. O almeno lui pensò che lo stessero facendo.
I primi passi furono semplici. La luce filtrava ancora.
Poi la fessura piegò a sinistra. Il buio arrivò senza preavviso. Dovette appoggiarsi con le mani alla roccia per orientarsi.
La parete era fredda, umida.
Forse girò a destra.
Forse ancora a sinistra.
Non lo avrebbe saputo dire con certezza nemmeno anni dopo.
A un certo punto, il buio non era più assenza di luce.
Era presenza.
Si girò per tornare indietro.
Accelerò il passo.
Quasi corse.
Andò a sbattere contro la roccia.
Non era l’uscita.
Il respiro cambiò ritmo.
Urlò i nomi degli amici.
Le risposte arrivarono, ma sembravano provenire da lontano… o forse da dietro di lui. Il suono rimbalzava, ingannava. Lo spazio si era deformato.
Non era ancora il pensiero della morte.
Non era la consapevolezza di non farcela.
Era terrore puro.
Primitivo.
Senza forma.
Diranno poi che rimase lì dentro quasi un’ora.
Un’ora a girare nel buio, a tastare pareti che sembravano chiudersi, a respirare aria che diventava pesante nella sua testa.
Poi una voce adulta.
Diversa. Sicura.
Una luce.
Un vicino di casa, avvertito dagli amici fuggiti poco dopo l’inizio dell’esplorazione, entrò con una torcia. Lo raggiunse, gli prese la spalla, lo accompagnò fuori.
La luce del giorno non era mai stata così violenta.
Fu allora che nacque la claustrofobia.
Non un semplice fastidio.
Una presenza silenziosa, sempre pronta a riemergere.
Eppure, anni dopo, proprio quella paura sarebbe diventata il suo laboratorio.
Ogni cassa chiusa.
Ogni camicia di forza.
Ogni immersione.
Non erano sfide al pubblico. Erano sfide a quel bambino rimasto al buio.
La fobia oggi è sotto controllo. Mai scomparsa.
E forse è proprio questo il segreto.
La claustrofobia non assale solo nel buio. Non ha bisogno di caverne o pareti di roccia.
Negli anni Sessanta una delle automobili più diffuse era la piccola Fiat 500. Un’utilitaria compatta, due portiere anteriori, sedili ribaltabili per permettere ai passeggeri posteriori di scendere. Era una soluzione pratica, normale per l’epoca.
Normale, finché non ti trovi dietro.
Haldin aveva poco più di nove anni quando si ritrovò seduto sul sedile posteriore. Gli adulti davanti chiacchieravano. La macchina era ferma, forse parcheggiata per pochi minuti. Un dettaglio insignificante nella memoria di chi era seduto al volante.
Ma lui non poteva aprire lo sportello. Per uscire, l’autista o il passeggero avrebbero dovuto scendere, spostare il sedile, liberare il passaggio.
Lui dipendeva da quel gesto.
All’inizio fu solo un pensiero.
Poi il pensiero prese corpo.
Provò la maniglia. Inutile. Guardò il vetro. Troppo piccolo per essere una via. Lo spazio improvvisamente si accorciò.
Non era al buio.
Non era sottoterra.
Non era solo.
Eppure la sensazione era la stessa della fessura sul colle.
Il respiro si fece corto.
Un silenzioso fragore cominciò a rimbombare nella testa - come se qualcosa stesse crollando dentro, senza fare rumore fuori.
Gli adulti davanti non si accorsero di nulla.
La claustrofobia ha questo di crudele: è invisibile agli altri.
Ti stringe mentre il mondo continua a parlare di cose insignificanti.
Quando finalmente lo sportello si aprì e il sedile si abbassò, scese troppo in fretta. Non disse niente. Non voleva spiegare.
Ma aveva capito una cosa.
Non era il buio a spaventarlo.
Era la dipendenza.
L’impossibilità di decidere da solo quando uscire.
Molti anni dopo, ogni catena, ogni camicia di forza, ogni cassa chiusa avrebbe avuto una sola regola: la chiave, in qualche modo, doveva essere nelle sue mani.

— fine capitolo —

Capitolo 2

Come divenne 'mago'

Il ritmo e le mani.

Prima delle catene ci fu il ritmo. L’adolescenza di Haldin non ebbe subito a che fare con lucchetti o casse chiuse.
Ebbe a che fare con tamburi, bacchette e serate nei locali fumosi dove la musica copriva le insicurezze. Entrò in un gruppo. Suonava la batteria.
Dietro quel set di tamburi c’era qualcosa che lo rassicurava: il controllo del tempo. Il ritmo non ti tradisce. Se lo domini, ti sostiene.

Orchestra

l'orchestra...

Giravano per locali, feste, sale da ballo. Non erano certo artisti famosi, ma avevano pubblico. E il pubblico, anche quando non lo sai, ti educa. Ti mette davanti agli sguardi, ti abitua al giudizio, ti costringe a reggere l’impatto.
Mentre le bacchette scandivano il tempo, le mani facevano altro.
Si dilettava con la manipolazione.
Carte, monete, piccoli oggetti che sparivano e riapparivano tra le dita. Non era ancora un mestiere. Era un talento naturale, uno di quei regali silenziosi che la natura concede senza spiegazioni.
La batteria allenava il corpo.
La manipolazione allenava il controllo.
E soprattutto, il palco smetteva di fare paura.
Molti anni dopo avrebbe capito che quelle serate nei locali erano state la sua prima vera scuola di spettacolo. Non quella della magia, ma quella dello sguardo. L’abitudine a stare davanti alle persone, a sentire il brusio che si spegne, a percepire quando l’attenzione è tutta su di te.
Il 31 dicembre 1968
Il pianista dell’orchestra — quello che si occupava anche di procurare gli ingaggi — arrivò un giorno con un volantino in mano.
“Veglionissimo di fine anno – 31 dicembre 1968 – Hotel Park di Orte – con la straordinaria presenza del mago Orion.”
Haldin lo guardò. «Chi è il mago Orion?»
Il pianista sorrise. «Sei tu.»
Ci fu un istante di vuoto.
Non il vuoto dell’elicottero.
Non il buio della grotta.
Un vuoto diverso: quello dell’identità che cambia senza chiederti il permesso.
Paralizzato. La stessa paura antica, ma travestita da palcoscenico.
Non aveva mai fatto uno spettacolo completo come prestigiatore. Qualche numero tra un brano e l’altro, sì. Piccole esibizioni informali tra amici o in famiglia. Ma un veglione di Capodanno, con un nome d’arte stampato su un volantino, era un’altra cosa.
Orion.
Quella sera, all’Hotel Park di Orte, salì sul palco con la paura che gli stringeva lo stomaco. Ma la batteria gli aveva insegnato una cosa: il ritmo va avanti anche quando tremi.
Lo spettacolo funzionò.
Non perfetto. Non privo di tensione.
Ma funzionò. E a volte basta una successo per cambiare una vita.
Da quel giorno smise gradualmente di suonare. La musica restò un amore, ma non più il centro.
L’arte della prestidigitazione prese il sopravvento.
Studio, prove, errori, perfezionamento.
Il palco non era più un luogo da temere. Era un luogo da conquistare.
Il debutto televisivo sarebbe arrivato nel 1977, davanti alla potenza selvaggia della cascata delle Marmore. Ma quella è un’altra storia.
Dopo quella prima serata, iniziò a prendere forma l’idea di un nome d’arte definitivo.
Orion era suggestivo, affascinante… ma non apparteneva davvero a lui. Cercava qualcosa che fosse un ponte tra la sua identità e l’artista che stava diventando.
Guardò il suo cognome: Aldini.
Con un piccolo ritocco, qualche sillaba spostata, nacque Haldin.
Non era solo un nome.
Era il simbolo di un passaggio: dal ragazzo timoroso, che aveva conosciuto il buio e il controllo, al mago e escapologo che avrebbe sfidato la paura davanti al pubblico e alle telecamere.
Haldin avrebbe portato con sé tutta la storia che lo aveva formato, ma avrebbe avuto anche la libertà di diventare leggenda.

— fine capitolo —

Capitolo 3

La sfida alla cascata

Il freddo fu un colpo secco...

Dal 1968 al 1977 la vita di Haldin fu un ponte tra la musica, i primi spettacoli di prestidigitazione e l’ossessione per la sfida estrema.
Nei primi anni, i suoi spettacoli seguivano un repertorio classico: molta manipolazione, colombe che apparivano e sparivano, insomma la magia tradizionale che tutti conoscono.
Con il tempo, però, emerse una nuova esigenza. Spesso si trovava a esibirsi in grandi piazze, e i numeri, a una certa distanza, risultavano poco visibili.
Nel 1974 Haldin decise quindi di ampliare il repertorio con spettacoli più vistosi, quelli che in gergo si definiscono “Grandi illusioni”.
La prima di queste fu la celebre Zig-Zag Girl, il numero della donna divisa in tre parti, una magia spettacolare che catturava lo sguardo e l’immaginazione del pubblico e segnava una nuova fase della sua carriera.

Zig_Zag

Zig Zag girl

Per vivere, Haldin lavorava nella fabbrica d’armi di Terni, dove la meccanica diventava pratica quotidiana.
Quei giorni non furono solo lavoro: furono allenamento.
Ogni ingranaggio, ogni serratura, ogni catena incontrata contribuiva a affinare le conoscenze che, un giorno, gli sarebbero servite per affrontare l’impossibile.
Ma il lavoro non era solo disciplina. Haldin trovava sempre il modo di divertirsi.
Tra ingranaggi, utensili e serrature, amava fare piccoli scherzi: spostava oggetti dalle tasche di un collega a quelle di un altro, creando misteri quotidiani che facevano sorridere o disperare chi cercava le proprie cose.
Inevitabile: quando qualcuno perdeva qualcosa, tutti si rivolgevano a lui, anche se non c’entrava nulla. E lui, con naturalezza, apriva lucchetti dimenticati o chiavi smarrite, mostrando una padronanza dei meccanismi che, anni dopo, sarebbe stata fondamentale per le sue imprese.
C’era poi un gioco che richiedeva precisione assoluta. Un operaio maturo, Mario, sedeva su uno sgabello di legno, sempre timoroso dei piccoli scherzi.
Haldin infilava di nascosto una punta metallica da tracciare sul bordo dello sgabello, e un complice, passando, dava un colpo leggero con il piede, simulando che la punta si conficcasse nello sgabello.
Mario, voltandosi, vedeva la punta a pochi centimetri da sé e Haldin, soddisfatto, osservava la sua reazione. “Senti”, gli disse una volta Mario, “io lo so che tu sei tanto bravo… ma se ti sbagli?”
Erano episodi di gioco, ma erano anche esercizi di precisione, tempismo e controllo della tensione. Piccole prove quotidiane che, anni dopo, avrebbero trovato senso nel teatro estremo della sua arte.
Tra gli episodi di quegli anni, uno in particolare contribuì a convincere Haldin che l’escapologia sarebbe diventata il suo linguaggio naturale.
Nella fabbrica esistevano reparti specializzati per ogni tipo di lavorazione, e tra questi c’era anche la falegnameria.
In quel reparto si costruivano le casse di legno utilizzate per imballare e spedire le armi e i loro componenti.
Erano casse robuste, progettate per resistere ai lunghi viaggi.
Un giorno Haldin capitò proprio lì. Tra una battuta e l’altra, gli operai lo sfidarono: entrare in una di quelle casse da imballaggio.
Lui accettò senza esitare. Si infilò all’interno e il coperchio venne chiuso sopra di lui con cura. I falegnami iniziarono a fissarlo con lunghi chiodi, colpiti con decisione a colpi di martello.
Quando terminarono il lavoro, la cassa era perfettamente sigillata. Era quasi ora di pranzo. Gli operai, divertiti, gli dissero che sarebbero tornati dopo mangiato per liberarlo.
Dal reparto falegnameria alla mensa c’era un bel tratto di strada da percorrere a piedi, e nessuno aveva fretta.
Quando però arrivarono alla mensa, la sorpresa fu totale: Haldin era già lì. Seduto tranquillamente a tavola, stava mangiando come se nulla fosse.
Ancora oggi, quando incontra alcuni degli operai più anziani di quegli anni, capita che quell’episodio torni inevitabilmente nel discorso. E ogni volta qualcuno ricorda con stupore quella cassa chiusa con i chiodi… e l’uomo che ne uscì prima ancora che finisse la pausa pranzo.
L’esperienza della cassa da imballaggio alla fabbrica ispirò Haldin a trasformarla in un numero da portare in scena. Fece costruire una cassa simile, dove gli spettatori potevano chiudere e controllare ogni dettaglio: inchiodavano il coperchio, verificavano che tutto fosse in regola.
Per aumentare la difficoltà, la cassa veniva poi avvolta in un robusto telo fissato con cinghie di cuoio e circondata da catene chiuse con lucchetti. Questo numero chiudeva spesso i suoi spettacoli e fu decisivo nel consolidare la sua vocazione all’escapologia.
Nel frattempo, Haldin studiava Houdini. Leggeva tutto ciò che riguardava l’uomo che era diventato mito, e in particolare le sue imprese più estreme: tra queste, farsi gettare da un ponte in un fiume ammanettato e incatenato.
Quella scena rimase impressa nella sua mente. Sarebbe stata la sua prima impresa.
Intanto, nei suoi spettacoli, Haldin introdusse anche liberazioni da manette e corde.
Quegli anni, pieni di fermento e sperimentazione, ispirarono il progetto per la sfida più difficile: riprodurre l’impresa di Houdini, ma nelle acque gelide della cascata delle Marmore, nel cuore dell’inverno.
Sapeva che Houdini aveva scelto il mese di novembre, con temperature già basse dell’acqua.
Haldin decise di andare oltre: dicembre, quando il freddo sarebbe stato quasi estremo.
L’idea era ambiziosa: organizzare una conferenza stampa, sfidare i giornalisti a diventare protagonisti, portando manette, catene, corde e qualsiasi cosa potesse servire a imprigionarlo.
Nel frattempo, continuava a esercitarsi: liberarsi dai legami era il problema minore. La vera difficoltà sarebbe stata l’immersione sott’acqua, con temperature prossime allo zero, senza aiuti di esperti.
Ogni allenamento era calibrato: apnea, resistenza al freddo, simulazioni di shock termico.
Si immergeva in una vasca di cemento riempita con acqua di pozzo, cominciando lentamente e aumentando progressivamente durata e profondità.
L’obiettivo era abituare il corpo a uno scenario estremo: shock termico, sincope, arresto cardiaco, incapacità muscolare. Tutto doveva essere previsto. Tutto doveva essere testato.
Arrivò il 1977.
La conferenza stampa ottenne grande riscontro: la città parlava del “pazzo” che voleva tentare l’impossibile alla cascata delle Marmore.
I ternani conoscevano bene la pericolosità di quelle acque anche in piena estate. Eppure il rischio sembrava attirare tutti.
Intanto, un gruppo di speleologi aveva predisposto un sistema di funi e carrucole: prima, Haldin sarebbe stato sollevato per i piedi e capovolto; poi trasportato al centro della cascata, e infine scagliato nell’acqua.
Sembrava tutto pronto… quando arrivò la diffida della Questura di Terni.

Zig_Zag

la diffida della questura

Zig_Zag

giornali...

Il Questore gli spiegò che l’impresa era estremamente rischiosa e che le autorità avevano il dovere di impedirgli il peggio.
Haldin, allora praticamente sconosciuto, poteva essere visto come il “pazzo di turno”.
Durante un incontro, il Questore elencò tutte le difficoltà: sarebbero bastate un paio di manette e l’esito sarebbe risultato fatale.
Per chiudere la discussione, ordinò a un poliziotto di mettergli le mani dietro la schiena e chiudere le manette.
Haldin rimase immobile, sentendo la pressione dei ferri sulle braccia, il peso della responsabilità e l’adrenalina che saliva.
Un istante e Haldin depositò le manette, ancora chiuse, sul tavolo davanti al Questore: infiniti attimi di silenzio… “Ué guagliò, nun saccio che dì”, disse il poliziotto, e il permesso fu firmato.
Con esso arrivarono anche le prescrizioni: medico a bordo vasca, ambulanza, quattro sub pronti a intervenire.

Zig_Zag

le condizioni della questura

Nei giorni precedenti, la cascata delle Marmore non era più soltanto uno spettacolo della natura: stava diventando il palcoscenico di un evento atteso da tutti.
La Rai aveva annunciato una diretta televisiva, e le persone parlavano dell’impresa come di qualcosa di irripetibile.
Si racconta che donne con appuntamento dal parrucchiere avessero deciso di rimandarlo, pur di poter vedere lo spettacolo in tv.
L’interesse cresceva anche per la diffida della Questura: i giornali seguivano ogni aggiornamento, sottolineando il rischio reale dell’impresa. La diffida era la prova che Haldin non stava compiendo un gesto teatrale qualsiasi: stava sfidando il pericolo, mettendo alla prova corpo e mente, e la città intera ne percepiva l’importanza.

Cascata 77

la stampa...

Era tutto pronto.
L’arte e la preparazione erano state testate, il rischio valutato, il corpo temprato. Restava solo la cascata, il gelo e il salto nell’impossibile.
10 dicembre 1977, ore 14
Il mattino era tranquillo in famiglia, un’apparente normalità che contrastava con il tumulto che stava per scatenarsi. Haldin aveva già i suoi due figli: Aldo, di due anni, e Pierangelo, di soli cinque mesi.
Il pranzo sarebbe stato saltato; al suo posto, un’abbondante colazione carica di zuccheri, energia pronta da spendere contro il gelo dell’acqua della cascata. Avrebbe fatto affidamento su quelle calorie fino all’ultimo istante.
Tilde era tesa, più preoccupata che mai. Anche Haldin lo era, forse persino di più, ma cercava di ostentare sicurezza: il mestiere dell’escapologo richiedeva padronanza, e non era il momento di mostrare esitazioni.
Aveva scelto un abbigliamento semplice: pantaloni e camicia, con un gilet chiaro sopra, pratico e senza fronzoli, l’unico compromesso tra comodità e visibilità.
Intanto alla cascata fervevano i preparativi. I sub si immersero nel laghetto principale in cui sarebbe stato gettato, studiando correnti, ostacoli e profondità.
La telefonata del coordinatore arrivò puntuale: acque torbide, visibilità nulla, fondo pieno di melma e piante divelte.
Sarebbe stato fondamentale evitare di raggiungere il fondo. Gli venne suggerito di indossare qualcosa di fosforescente, ma era ormai troppo tardi per cambiare abbigliamento.
Restava un solo punto fermo: evitare il fondo.
Sotto casa, i giornalisti amplificavano il senso di realtà di ciò che stava per accadere. Si muovevano nervosi, scattavano foto, registravano interviste. Era arrivato anche chi portava manette e catene, pronto a contribuire personalmente alla prova.
Un amico lo raggiunse con l’auto. Haldin e Tilde si avviarono verso la cascata.
La scena che si presentò lungo i sette chilometri di strada fu quasi surreale: persone ovunque, auto bloccate, una folla che procedeva a piedi pur di arrivare. Fu necessario l’intervento della polizia con le sirene spiegate per consentire il passaggio.
Sul posto, il panorama era impressionante.
Le montagne che circondavano la cascata brulicavano di spettatori.
In quell’istante Haldin ebbe il dubbio di aver creato qualcosa di più grande di lui.
La paura non riguardava più le manette o il gelo dell’acqua. Era la folla. La responsabilità di soddisfare quell’attesa pesava più di qualsiasi catena.
Arrivato a piedi sul bordo del laghetto, con l’aria fredda e tagliente e il rumore della cascata che copriva le voci, salutò il medico che gli propose ancora zuccheri. Accettò. Salutò i sub già in acqua e i collaboratori.
Poi, con un gesto sicuro solo in apparenza, invitò i giornalisti a procedere alle legature.
Tra loro si fece avanti anche un uomo che poi si scoprì essere un poliziotto. Gli mise le manette dietro la schiena. Haldin ne sentì lo scatto metallico.
Bene. Pane per i suoi denti.
Arrivarono le catene. Mentre lo avvolgevano, stimava mentalmente il peso, osservando ogni movimento. Le fissarono con più lucchetti, serrandolo come un salame.
Nella sua mente un pensiero martellava: evitare il fondo.
Gli attraversò la mente anche un dettaglio quasi ironico: non aveva avvisato i giornalisti che tutto quel materiale sarebbe rimasto lì sotto.
Stimò circa cinque chili di peso. Era nei calcoli.
Poi si avvicinò un uomo con una valigetta. Si presentò come giornalista. Controllò i legami, aprì la valigetta e ne estrasse una cintura da sub carica di piombo. Gliela cinse intorno alla vita, stringendola al massimo, impressionò la lucidità e la freddezza con cui fece l'operazione.
Otto chili.
Cinque più otto: tredici.
Troppi!
In quell’istante Haldin cambiò strategia. I trenta secondi previsti tra l’impatto e la riemersione non erano più sostenibili. Avrebbe iniziato immediatamente a liberarsi, eliminando il peso e risalendo nel minor tempo possibile.
Lo sdraiarono su un carrellino, gli legarono i piedi e lo issarono sopra la vasca grande. Fu tirato fino al centro. Un momento sospeso.
Gli operatori alle corde erano suoi tecnici. Tutto concordato.
Ossigenazione.
Iperventilazione.
Rilassamento.
Check finale.
Diede il segnale.
Sgancio.
Acqua.
Sott’acqua.
Il freddo fu un colpo secco. Nessuna esitazione. Iniziò immediatamente lo slegamento, si liberò del peso, spinse verso l’alto.
Solo in seguito si rese conto di aver accelerato troppo. Aveva agito con una velocità quasi furiosa. Nove secondi.
Era già fuori, a respirare.
A bordo vasca era stata montata una tenda per cambiarsi, ma ormai non sentiva più il freddo. L’adrenalina aveva cancellato tutto. Cercò Tilde.
La trovò tra la folla, gli occhi lucidi. L’abbracciò a lungo. In quel momento comprese quanto l’avesse fatta soffrire.

TILDE

Tilde...

Per un attimo calò quasi il silenzio. Poi le montagne sembrarono riprendere fiato. Un applauso lungo, interminabile, rimbalzò tra le rocce.
Pensò ai suoi genitori e a suo fratello, che avevano seguito la diretta televisiva. Quei nove secondi, per loro, dovevano essere stati un’eternità.
Aveva compreso quanto peso possa avere la fiducia degli altri.
Nei giorni successivi ebbe modo di ringraziare i ternani, ai quali rimase sempre grato per la partecipazione sincera e per aver trasformato una sfida personale in un evento collettivo.
Quel giorno non aveva soltanto sfidato l’acqua gelida, aveva sfidato se stesso.

— fine capitolo —

Capitolo 4

Tra fabbrica e palcoscenico

Edoardo Brenci...

Il 10 dicembre 1977 segnò una svolta.
Andando in giro, la gente lo riconosceva, lo salutava, si complimentava. Gli impresari cominciarono a telefonare per proporre e vendere il suo spettacolo; la stampa e le televisioni mostravano un interesse crescente.
Non poteva più essere il mago dilettante, anche se bravino.
Avvertiva tutta la responsabilità di quella notorietà inattesa: doveva dimostrare di meritarla. Il salto da sconosciuto a professionista era impegnativo.
Pur mantenendo il lavoro in fabbrica, iniziò a organizzarsi con maggiore rigore. Tra le proposte ricevute ce ne fu una per l’estate del 1978: una serie di serate inserite in un’iniziativa chiamata “L’Umbria Canta”. Era una sorta di concorso canoro itinerante che toccava diversi paesi umbri; lui chiudeva ogni spettacolo come attrazione principale.
Accettò anche perché non avrebbe dovuto viaggiare troppo: restava nella sua regione, una soluzione comoda in quel momento di transizione.

Zig_Zag

Umbria canta...

L’organizzatore e presentatore si chiamava Edoardo Brenci.
Fu una figura importante, non solo professionalmente ma anche umanamente. Persona capace e caparbia — oggi presidente e promotore del Teatro della Concordia, noto come il teatro più piccolo del mondo — Brenci comprese subito le potenzialità di quell’artista che stava emergendo.
Consapevole del lavoro che lo attendeva — ideare nuovi numeri, prepararsi, affrontare le serate e continuare il turno in fabbrica — non poteva occuparsi anche della promozione. Da quel momento in poi se ne occupò Edo.
Fu lui a curare i contatti con le agenzie teatrali, gli impresari, la stampa e la televisione, a seguire il materiale pubblicitario e l’organizzazione. Caparbio com’era, andava a Roma, bussava alle segreterie delle trasmissioni televisive e tornava sempre con qualche ingaggio. Una collaborazione preziosissima.

Edo

Edoardo Brenci,,,

Mentre era impegnato nella tournée de L'Umbria Canta, la sua mente era già proiettata oltre. Ogni sera, terminato uno spettacolo, pensava alla sfida successiva. Ancora una volta era Harry Houdini il punto di riferimento.
Tra tutte le sue imprese ce n'era una che lo affascinava più di ogni altra: la celebre evasione dalla Pagoda Cinese, la vasca d'acqua alla quale, secondo la leggenda, sarebbe legata anche la morte del grande escapologo americano.
L'idea di affrontare una prova simile iniziò a trasformarsi lentamente in un progetto concreto.
Sapeva che lo attendevano mesi, forse anni, di studio e di preparazione. Non conosceva ancora quanto tempo avrebbe dovuto rimanere in apnea, ma era certo di una cosa: avrebbe dovuto disporre del tempo necessario non solo per liberarsi, ma anche per mantenere un indispensabile margine di sicurezza.
Il primo problema era costruire la vasca.
Doveva contenere circa seicento litri d'acqua, essere perfettamente trasparente, estremamente robusta e, soprattutto, assolutamente sicura. Non si poteva correre il minimo rischio che una struttura simile cedesse durante uno spettacolo, magari sopra un palco pieno di impianti elettrici o, peggio ancora, in uno studio televisivo.
Fu necessario affrontare il problema con metodo quasi ingegneristico. Haldin progettò personalmente ogni dettaglio: dimensioni, spessori, materiali, punti di rinforzo e sistemi di appoggio. Una volta completato il progetto, iniziò la ricerca di chi fosse in grado di trasformarlo in realtà.
Dopo numerosi tentativi trovò finalmente una ditta di Roma specializzata nella lavorazione del plexiglass. Insieme ai tecnici venne studiata una soluzione innovativa: la vasca sarebbe stata ricavata da un unico foglio di plexiglass spesso quindici millimetri, piegato a caldo fino a ottenere la forma cilindrica. Le estremità sarebbero state saldate e ulteriormente rinforzate con riporti di sicurezza; lo stesso procedimento sarebbe stato utilizzato per il fondo, mentre tutta la struttura avrebbe poggiato su una base rigida ma leggermente elastica, capace di assorbire le sollecitazioni.
Anche il sostegno della vasca richiese uno studio accurato. Piena d'acqua avrebbe raggiunto un peso considerevole e occorreva distribuire il carico sul pavimento in modo da poter lavorare in sicurezza sia nei teatri sia nei palchi all'aperto, spesso privi di qualsiasi certificazione strutturale. Non era raro che i tecnici dovessero rinforzare il palco con appositi supporti prima di poter iniziare lo spettacolo.
Ma Haldin non era ancora soddisfatto.
Desiderava che il pubblico percepisse fino in fondo la difficoltà dell'impresa. Per questo decise di aggiungere un'ulteriore complicazione: una robusta gabbia metallica nella quale sarebbe stato rinchiuso prima di essere immerso nella vasca.
Non voleva utilizzare lucchetti o serrature. Temeva che qualcuno potesse pensare all'esistenza di chiavi nascoste o di qualche trucco.
La soluzione fu estrema: il coperchio della gabbia sarebbe stato saldato elettricamente davanti agli spettatori.
A eseguire quella delicata operazione sarebbe stato Sergio Caponi, amico di Haldin e saldatore presso la Fabbrica d'Armi di Terni. Restava ancora un problema. La gabbia doveva essere capovolta con Haldin già all'interno, affinché entrasse nella vasca a testa in giù.
Venne quindi progettata una struttura basculante che permetteva di ruotare l'intera gabbia in modo controllato. Successivamente occorreva sollevarla fino a oltre sei metri d'altezza mediante una grande struttura dotata di binario e carrucola, traslarla esattamente sopra la vasca e infine calarla lentamente nell'acqua.
Ogni particolare veniva costruito, provato, modificato e riprovato. Ancora una volta furono fondamentali gli amici operai della fabbrica, uomini dotati di straordinaria esperienza e manualità, veri artisti del metallo. Tra tutti spiccava Giuseppe Cardinali, per tutti "Peppino", saldatore e carpentiere dalle eccezionali capacità, che realizzò gran parte delle strutture necessarie.
Mentre prendevano forma le attrezzature, iniziava anche la preparazione fisica.
I primi tentativi di apnea furono tutt'altro che incoraggianti. Dopo appena quaranta secondi il bisogno di respirare diventava insopportabile.
Fu allora che entrò in scena Maurizio Pesciaioli, amico ed esperto apneista, che iniziò a seguirlo negli allenamenti.
Per quasi due anni trascorsero ore e ore sul bordo di una piscina, sperimentando tecniche di respirazione, iperventilazione e rilassamento. I risultati arrivarono lentamente: prima novanta secondi, poi qualcosa in più. Ma ancora non bastava.
La capacità polmonare di Haldin era assolutamente normale, certamente lontana da quella dei grandi campioni come Enzo Maiorca. Era quindi necessario imparare a consumare meno ossigeno.
La svolta arrivò grazie al training autogeno.
Attraverso un intenso lavoro mentale imparò a rilassare completamente la muscolatura, riducendo il consumo energetico, e perfino ad abbassare volontariamente il ritmo cardiaco. Anche piccoli accorgimenti contribuivano a guadagnare secondi preziosi: persino tenere gli occhi chiusi riduceva il consumo di ossigeno.
Con il tempo arrivarono i due minuti e mezzo.
Forse sarebbero stati sufficienti, ma Haldin non cercava di riuscire: cercava la sicurezza.
Chi non ha mai affrontato prove simili difficilmente può comprendere il conflitto che si scatena quando il corpo reclama disperatamente aria. Ogni istinto spinge a interrompere l'apnea, mentre la mente deve continuare a mantenere il controllo. È una lotta contro se stessi, contro il più naturale degli impulsi: respirare.
L'esperienza gli insegnò anche un piccolo segreto. Aveva imparato a provocare volontariamente le contrazioni polmonari che normalmente compaiono negli ultimi istanti dell'apnea. Ogni contrazione rimescolava l'aria residua nei polmoni, permettendo di sfruttare fino all'ultima traccia di ossigeno disponibile.
Alla fine arrivarono i tre minuti.
Con l'allenamento costante il limite salì fino a tre minuti e quindici secondi.
Era il momento di passare dalla teoria alla realtà.
La sfida con la vasca d'acqua poteva finalmente cominciare.

— fine capitolo —